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Capitali esteri in Italia
Pubblicato da Massimo Lucidi
La vera questione è attrarre capitali esteri in Italia.
La questione del controllo (pubblico!) delle reti infrastrutturali è solo una punta d’iceberg di un complesso problema che va affrontato nel nostro Paese in una logica di medio lungo periodo.
L’Italia non è appetibile per gli investitori stranieri.
Questa è la questione vera che attanaglia logiche di sviluppo di ampio respiro per il Paese, limitando solo al “public” il ruolo di “player” per gli investimenti.
E, come se non bastasse, nel corso degli anni l’Italia ha continuato a perdere attrattività. Il caso Telecom, con l’uscita e poi il rientro del colosso AT&T, di certo accende i riflettori sui protagonisti: bene, invece faremmo ad aprire gli occhi su come regolare e comunque incentivare l’ingresso di capitali esteri in Italia.
Meglio ancora faremmo, se cercassimo di capire cosa accade all’estero per promuovere investimenti.
Nel 2005 solo il 5,3% (pari a 219.868 milioni di dollari), del totale degli investimenti mondiali fatti in Europa, sono avvenuti in Italia. Nel 2000 erano il 5,8% e nel 1990 addirittura il 7,8%. Il nostro sistema Paese perde sempre più quota e non regge il confronto con gli altri: un’incidenza ben lontana da quella registrata nel Regno Unito (19,7% e in termini assoluti pari a 816.716 milioni di dollari), in Francia (14,5% e 600.821 milioni di dollari), Germania (12,1% e 502.790 milioni di dollari) e Spagna (8,8% e 367.656 milioni di dollari). Anche piccoli Paesi come Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi arrivano ad attrarre ben più dell’Italia. E per decenza è il caso di limitarsi alla “vecchia Europa” senza considerare “le tigri” del Far East Asia e, come dire “i giovani leoni”, i nostri vicini di casa: Tunisia, Egitto, Macedonia e Romania.
Perché, verrebbe subito da chiedersi? Continua..
