Il multilateralismo rappresenta una delle componenti costitutive dell’ordine internazionale liberale, come teorizzato da autori quali Robert Keohane e G. John Ikenberry, che ne hanno evidenziato il ruolo nella riduzione dei costi di transazione, nella produzione di beni pubblici globali e nella stabilizzazione delle aspettative tra gli attori statali. In tale prospettiva, l’ipotesi di una riconfigurazione unilaterale delle dinamiche multilaterali, anche da parte di potenze egemoniche come gli Stati Uniti, appare teoricamente e empiricamente problematica.

L’attuale fase di transizione dell’ordine internazionale è caratterizzata da una tensione tra spinte disgregative — riconducibili a logiche di unilateralismo competitivo e di great power competition — e processi di riarticolazione cooperativa. Come suggerito dalla letteratura neoistituzionalista, le istituzioni internazionali tendono a mostrare una significativa resilienza anche in presenza di shock sistemici, grazie alla loro capacità di adattamento incrementale e alla persistenza degli interessi convergenti tra gli attori chiave.

In questo contesto, si osserva una rinnovata attivazione di dinamiche multilaterali all’interno dello spazio euro-atlantico e nei rapporti tra l’Europa e la Cina. Il riavvicinamento tra queste aree può essere interpretato alla luce della teoria dell’“institutional balancing”, secondo cui gli attori statali ricorrono a piattaforme multilaterali per mitigare asimmetrie di potere e contenere comportamenti unilaterali percepiti come destabilizzanti. La crisi nello Stretto di Hormuz ha ulteriormente rafforzato tale tendenza, fungendo da catalizzatore per una convergenza funzionale tra attori eterogenei e rilanciando il ruolo delle Nazioni Unite quale foro privilegiato di legittimazione e coordinamento.

Al contrario, approcci negoziali fortemente personalizzati o basati su coalizioni ad hoc — spesso associati a leadership politiche orientate all’unilateralismo — risultano limitati nella loro capacità di produrre esiti stabili e inclusivi. Tali formati tendono infatti a ridurre la prevedibilità delle interazioni internazionali, aumentando il rischio di defezione e di instabilità sistemica.

Parallelamente, la letteratura più recente sulla global governance sottolinea il crescente ruolo degli attori non statali e delle pratiche di diplomazia informale. Iniziative multi-stakeholder, quali gli Stati Generali promossi dalla Fondazione E-novation, possono essere interpretate come forme di “networked governance”, in cui la produzione di conoscenza, la condivisione delle percezioni del rischio e la costruzione di consenso avvengono attraverso interazioni orizzontali tra attori pubblici e privati. Tali processi contribuiscono a rafforzare la resilienza del sistema internazionale, integrando — anziché sostituire — i canali istituzionali formali.

In questa prospettiva, anche il coinvolgimento di attori finanziari transnazionali assume una rilevanza analitica crescente. La partecipazione di gruppi come Anchorage Group riflette una più ampia trasformazione della governance globale, caratterizzata da una progressiva ibridazione tra le dimensioni pubblica e privata. Come evidenziato da Anne-Marie Slaughter, tali configurazioni reticolari contribuiscono a ridefinire le modalità con cui si producono coordinamento, legittimità e capacità di risposta alle sfide sistemiche.

In sintesi, lungi dall’essere superato, il multilateralismo appare oggi oggetto di un processo di ricalibratura adattiva. Le pressioni unilaterali possono indebolirne alcune manifestazioni contingenti, ma non compromettono la funzione strutturale all’interno dell’ordine internazionale. Al contrario, le dinamiche attuali suggeriscono una sua riconfigurazione attraverso forme più flessibili, ibride e multiattoriali, coerenti con la crescente complessità del sistema globale.

CEO ANCHORAGE GROUP

Roberto Pucciano

Roberto.Pucciano@anchoragegroup.org